Sourcing delle PMI italiane: 86% domestico, ma l'extra-UE sale al 22%
LUNEDÌ, 5 OTTOBRE 2026
Il Business Barometer 2026 di Geopost: le PMI italiane comprano di più in Italia e anche fuori dall'Europa. E scelgono il fornitore per la consegna, prima che per il prezzo.
Il sourcing delle PMI italiane va in due direzioni insieme: l'86% delle piccole e medie imprese compra da fornitori nazionali, 14 punti in più rispetto al 2024, ma anche la quota che acquista fuori dall'Unione europea sale, al 22%, dieci punti in più. Lo dice il Business Barometer 2026 di Geopost, il gruppo di cui fa parte BRT, che ha intervistato 3.600 PMI di 21 Paesi europei e sei settori. Il dato italiano va controcorrente rispetto all'Europa, dove la tendenza prevalente è accorciare le filiere.
I numeri del Business Barometer 2026
L'indagine misura la quota di imprese che usa ciascun canale di fornitura, non i volumi acquistati: un'azienda può comprare in Italia e fuori dall'UE nello stesso tempo, per questo le percentuali sommate superano il cento. Il confronto con la media europea dice però molto sul modo in cui le PMI italiane stanno reagendo all'incertezza.
- Fornitori nazionali: usati dall'86% delle PMI italiane, +14 punti sul 2024; media europea all'84%.
- Fornitori extra-UE: usati dal 22% delle PMI italiane, +10 punti; media europea al 17%.
- Primo criterio nella scelta del fornitore: affidabilità delle consegne per il 43% delle PMI italiane, davanti al prezzo (36%) e alla qualità (35%).
- Riduzione delle forniture internazionali per le tensioni geopolitiche: 13% delle PMI italiane, contro il 20% della media europea.
- Scelta del corriere: il 54% delle PMI italiane vorrebbe sceglierlo direttamente, ma solo il 22% può farlo.
Perché il sourcing delle PMI italiane va controcorrente
In Europa la risposta prevalente alle tensioni geopolitiche è stata ridurre le forniture lontane: lo ha fatto un'impresa su cinque. In Italia la quota si ferma al 13%, e nel frattempo crescono sia gli acquisti nazionali sia quelli extra-UE. Il quadro è quello di un modello ibrido: rafforzare i fornitori vicini per le esigenze correnti e continuare a comprare lontano dove c'è un vantaggio di costo o di prodotto.
L'indagine non spiega le ragioni di questa scelta, e il dato non dimostra che le imprese italiane siano più esposte o più preparate di altre. Segnala però che, per molte PMI, comprare fuori dall'Europa resta una leva competitiva a cui non intendono rinunciare.
Consegna prima del prezzo
Il dato forse più interessante riguarda i criteri di scelta. In Europa contano soprattutto prezzo (51%) e qualità (44%); le PMI italiane mettono al primo posto l'affidabilità delle consegne, al 43%. È coerente con la crescita dell'extra-UE: più ci si rifornisce lontano, più il problema diventa il tempo e la puntualità, non solo il prezzo di fabbrica.
Collegato a questo c'è il tema del controllo sulla spedizione. Più della metà delle PMI italiane vorrebbe scegliere il proprio corriere, ma poco più di una su cinque può farlo: per le altre, la scelta del trasporto spetta a qualcun altro.
Cosa comporta per chi importa
Per chi compra fuori dall'UE, il punto debole indicato dall'indagine è la consegna, e vale la pena intervenire proprio lì. Il primo strumento è il termine di resa: comprare franco fabbrica o franco a bordo permette di scegliere spedizioniere e servizio, mentre una resa a destino lascia la scelta al fornitore, insieme al controllo su tempi e costi.
Il secondo è il margine di pianificazione. Su forniture lontane conviene costruire il calendario a ritroso dalla data in cui la merce serve, includendo tempi di produzione, collaudo, transito e sdoganamento, e lasciare un cuscinetto per i ritardi, che sui servizi intercontinentali sono frequenti.
Con La Merce, chi fa parte di quel 22% di PMI che compra fuori dall'UE sceglie spedizioniere e servizio con una resa franco a bordo, perché l'affidabilità delle consegne, indicata dal 43% come primo criterio, si governa solo controllando il trasporto.
Fonti
Riscontri indipendenti sui dati citati, verificati in redazione.
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