Monitoraggio dei rischi di filiera: solo il 20% lo fa in continuo
MERCOLEDÌ, 23 SETTEMBRE 2026
Geopolitica e dazi in cima alle preoccupazioni per il 65% delle imprese. Ma solo il 19% riesce a vedere oltre i fornitori di primo livello.
Il monitoraggio dei rischi di filiera è una pratica quasi universale fra i produttori italiani, ma quasi sempre discontinua: il 96% delle imprese dichiara di tenere sotto osservazione i rischi della propria catena di fornitura, e solo il 20% lo fa in modo continuo e sistematico, con aggiornamenti frequenti e segnalazioni automatiche. Il dato arriva dall'Osservatorio Supply Chain Planning del Politecnico di Milano, presentato il 22 settembre.
Che cosa dice la ricerca
L'indagine è stata condotta fra marzo e giugno 2026 su 75 aziende manifatturiere operanti in Italia. È un campione ristretto, quindi le percentuali vanno lette come tendenze fra chi ha risposto e non come fotografia dell'intero manifatturiero italiano. Detto questo, la distribuzione delle risposte è netta e dice qualcosa di preciso su come viene trattato il rischio di fornitura.
- Monitoraggio: 96% delle imprese osserva i rischi di filiera, ma solo il 20% in modo continuo e sistematico.
- Modalità: 45% mantiene un approccio saltuario e reattivo, tipicamente dopo una criticità; 31% fa revisioni periodiche; 4% non ha un processo strutturato.
- Rischi più temuti: instabilità geopolitica e dazi 65%, volatilità della domanda 57%, interruzioni logistiche 49%.
- Visibilità sulla filiera: 77% presidia i fornitori critici, 47% estende il monitoraggio a tutti quelli di primo livello, 19% riesce a spingersi oltre.
- Contromisure adottate: fornitori alternativi 62%, diversificazione delle fonti 59%, revisione delle scorte 54%, flessibilità produttiva 45%.
Il monitoraggio dei rischi di filiera si ferma al primo livello
Il 19% è il numero che conta di più per chi compra all'estero. Vuol dire che quattro imprese su cinque, fra quelle intervistate, vedono al massimo il fornitore con cui hanno firmato il contratto, e nulla di ciò che sta dietro. Gli ostacoli citati sono due, entrambi pratici: la difficoltà di ottenere informazioni sui fornitori dei propri fornitori e il costo della raccolta dei dati.
Per chi importa dall'Asia quel confine ha un significato operativo. Il fornitore contrattuale spesso assembla o commercializza; chi fonde il metallo, chi esegue la galvanica, chi produce la cella o il componente elettronico sta un livello più indietro, e in molti casi è lì che nascono le non conformità che si scoprono al controllo qualità o allo sdoganamento. Non vedere il secondo livello non significa che il rischio non ci sia: significa che lo si incontrerà più tardi, quando correggere costa di più.
Quello che le imprese dicono di voler fare
Otto aziende su dieci stanno lavorando sulle capacità di simulazione e analisi di scenario. Molto meno sulla riconfigurazione vera della filiera: nearshoring, nextshoring e reshoring riguardano il 24% delle imprese, la revisione della rete logistico-produttiva e la diversificazione delle rotte di trasporto il 22% ciascuna, l'internalizzazione di attività prima esternalizzate il 18%.
Nei dodici mesi successivi le priorità si spostano ancora di più verso gli strumenti: il 23% si prepara a formalizzare piani di emergenza o di continuità operativa e il 20% a migliorare la previsione della domanda, mentre la diversificazione delle rotte logistiche si ferma all'1% e la revisione della rete al 7%. Il dato dice che si preferisce migliorare il modo di decidere piuttosto che cambiare la struttura. Non dice se sia la scelta giusta: spostare una produzione costa, e non tutte le filiere lo consentono.
Cosa comporta per chi importa
La prima domanda da farsi è quanti dei propri fornitori sono davvero critici e con quale frequenza li si guarda. Se la risposta è "quando succede qualcosa", si sta nel 45% che interviene dopo la criticità, e la differenza rispetto al 20% non è la quantità di dati raccolti ma il momento in cui arrivano.
La seconda riguarda il livello successivo, e si risolve con una clausola più che con una piattaforma: farsi indicare dal fornitore i subfornitori dei componenti critici e ottenere l'impegno scritto a comunicare in anticipo ogni loro cambiamento. La terza riguarda le alternative: un secondo fornitore qualificato ma mai messo alla prova con un ordine vero resta un nome su un elenco, e la diversificazione dichiarata dal 62% delle imprese vale quanto le prove che qualcuno ha fatto.
Che cosa misura davvero quel 20%
Misura una pratica dichiarata, non un risultato. Un'impresa che monitora in continuo non è per ciò stesso più solida di una che lo fa a intervalli: la resilienza si vede quando arriva lo shock, e l'indagine non la misura. Allo stesso modo, il 65% che indica geopolitica e dazi come prima preoccupazione non sta quantificando la propria esposizione ai dazi, sta dichiarando che ci pensa: sono due cose diverse e conviene tenerle separate.
Quello che il dato segnala, e che vale la pena raccogliere, è dove si ferma oggi lo sguardo delle imprese italiane sulla propria filiera. Si ferma quasi sempre a un passo di distanza, ed è il passo in cui si decidono qualità, conformità e tempi.
Con La Merce quel secondo livello non resta una scatola chiusa: sappiamo chi lavora davvero il componente dietro il fornitore che firma l'ordine, che è esattamente l'informazione che solo il 19% delle imprese intervistate riesce a ottenere.
Fonti
Riscontri indipendenti sui dati citati, verificati in redazione.
- Osservatori Digital Innovation — Politecnico di Milano — Supply Chain, le imprese rafforzano la capacità di pianificazione
- Osservatori Digital Innovation — Politecnico di Milano — Pianificare la Supply Chain nello stormo di cigni neri: i dati chiave del 2026
- BitMAT — Supply Chain Planning: solo un'azienda su cinque monitora i rischi con continuità
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